La pittura di Andrea Ortuño

C’è un altro Ortuño nel panorama dei pittori contemporanei, il padre Enrique, artista di un’altra generazione, di grande qualità. E non era facile venir fuori in modo autonomo, personale, come figlio d’arte, che ha imparato a guardare i colori e i pennelli sotto il cavalletto del padre. Questo nome importante di famiglia è sempre la “croce e delizia” di chiunque intende continuare testardamente la strada tracciata dal parente affermato, e vuole al tempo stesso conquistarsi un linguaggio diverso, del tutto personale. Questa premessa per presentare Andrea, già sposo e padre con i suoi attuali 34 anni, che ha maturato in almeno sette anni, dopo l’Istituto d’Arte e l’Accademia di Firenze, un’esperienza e uno stile personale. In questi sette anni ha fatto soltanto due mostre, tenendo più a maturare esperienze che a improvvisare esibizioni superficiali. Ha voluto crearsi una storia e non presentarsi a delle comparse sporadiche e frammentarie. Carattere schivo e riflessivo, Andrea non ama particolarmente i suoi autoritratti, forse incantato da quelli paterni, perchè non ama esibirsi in maniera diretta. Sia pure di sangue spagnolo (e lo denuncia il suo modo di fare, più altero che accomodante), non coltiva in sé stesso la figura esteriore, spettacolare del toreador; anche perchè un suo ritratto lo ritroviamo in ogni suo quadro, come un soliloquio, una denuncia, un’intima crocefissione di se stesso. Eppure ne ho visto uno recente, di autoritratti, più maturo, costruito, trattato “alla Cézanne”, con luci ed ombre e forti unghiate di colore. Per un pittore dire “alla Cézanne” è il migliore riconoscimento, perchè non c’è artista valido di questo secolo, che non gli debba qualcosa. Al posto di un facile esibizionismo o narcisismo, traspare invece la sua serietà, il suo rigore, l’impegno severo verso la pittura, quasi la scommessa con se stesso per costruirsi un linguaggio, uno stile. Anche la frutta delle sue “nature morte”, ha un’anima, uno stile, un carattere, una sua propria personalità. Preferisce la frutta compatta, solida, chiusa in un involucro, in un’armatura, che è insieme pelle e corazza; soprattutto le mele, quelle amate dal padre Cézanne; mele come individui, sempre differenti. Messe da Andrea contro un fondale vago e indistinto, non il solito piano di tavolo, sembrano comunicare tra loro e con noi spettatori, un bellissimo dialogo muto. Hanno sfaccettature diverse, acciaccature diverse, ma volumi precisi, macchie di colore ben accordate, come strumenti, voci di un coro dalle infinite sfumature. Sono “quartetti” per lo più, ai quali si aggiunge per caso un aglio, un limone, scelti come volumi netti, di perfetta struttura; e se vi è affiancato un fiasco, una bottiglia, non è per alludere alla tavola, al mangiare; sono scelti solo come volume e come colore, note acute o gravi nella musica ben accordata del quadro. Tra le mele, perfette quelle cotogne, di un giallo-verde denso, laccato, luminoso e opaco insieme, quasi fossero fatte di velluto antico; perfette contro il fondo della tela dove una densa ambra verde petrolio lievita in primo piano con chiari, luminosi addensamenti, come di nebbia, di nuvole, di cielo tempestoso cha fa da contrappunto ai frutti stupendi, come evocati per miracolo. La frutta la sceglie al mercato, che è accanto allo studio, girando tra i banchi. Studia i soggetti, li sorprende nel mucchio anonimo, li sceglie con l’occhio e con il sentimento, per vedere lo “stile” che suggeriscono, quasi come un coreografo che sceglie, nel gruppo di aspiranti, i suoi elementi per il balletto. Altro soggetto caro ad Andrea, sono i nudi; non quelli dell’Accademia, con la posa studiata in tutti gli ateliers dell’Ottocento, fino ai nudi – colore degli impressionisti e ai nudi – struttura che vanno da Cézanne ai cubisti. I nudi di Ortuño sono drammatici, sembrano fatti di ulivo vecchio; sofferti, nodosi, con l’ossatura che trasparisce, come se i muscoli fossero una strana pelle, un tessuto zebrato di cui si vestono. Dei nudi sofferti, autobiografici, che non figurano solo come nudi umani; creature dell’universo, sia vegetale che animale, non mostrano il volto che di sfuggita; e questo non tanto per difendere la loro intimità, la privacy, con il pittore e con noi, ma perchè loro stessi sono espressione. Parlano con l’ossatura visibile, nodosa e potente, come le molle di un ingranaggio, di uno strumento complesso, misterioso. Ricordano i tronchi parlanti nella foresta dei suicidi di dantesca memoria. Ricordano i nudi asciutti, drammatici del periodo blù di Picasso, ma non parlano un linguaggio umanitario di estrazione sociale. Inondati di luci teatrali, come nello spagnolo Ribera, verdognole, gialle, arancioni, bluastre, dal riverbero caldo di fiamma, figurano come paesaggi umani, chiusi nel loro mistero, nella dura lotta sostenuta dalla coppia uomo-donna a reciproca consolazione, come groviglio di catene rocciose, di vallate dolci e luminose vette taglienti, come i paesaggi di una terra primigenia o di un satellite estinto, come le vallate e monti della Luna, come i grandi sassi di Marte. Nei riposti meandri di questi nudi pare di leggere il tessuto complesso della vita, il chiaroscuro misterioso dei sentimenti, delle passioni, che il riverbero di una luce radente di un riflettore teatrale, scoprono e mettono a nudo. Sorprende che Andrea lasci in secondo piano i suoi paesaggi quasi fossero una distrazione dal suo impegno più intenso; anche perchè è personale, nel paesaggio, trasparente, come negli altri dipinti. La sua pennellata sempre ricca e densa, si arriccia, si gonfia, piena di passione; grumi bianchi di nuvole, gomitoli verdi di alberi, liquide scivolate di campi, di colline esprimono il suo stato d’animo, curioso, indagatore e appassionato, quasi un espressionista alla Van Gogh dei giorni nostri. Regala sfumature dolcissime, ombre romantiche e lirici abbandoni alle sue mele, che non sono immacolate macchie di colore dello Zurbaran, spagnolo seicentesco, maestro in nature morte; ma la bellezza di un’arancia, perfetta sfera metafisica, non va d’accordo col mondo di Ortuño, pieno di chiaroscuri, di emozioni di sospesa incertezza. Nella sua indagine Andrea non si contenta della superficie, del puro colore, ma si realizza nel contrasto, nell’alternativa di ogni cosa creata, che non può, proprio perchè viva, rimanere immobile, inchiodata a una sigla, a un’immagine fissa, bloccata nel segno. Due parole sullo “studio” di Andrea; nel cuore di Firenze, uno studio classico, ottocentesco, con una grande vetrata a Nord. Tra i quadri sovrapposti alle pareti o sistemati sul cavalletto, il pittore si muove un po’ impacciato, incerto tra il naturale ritegno e il desiderio di aprire i suoi segreti, scoprire le sue creature. Si capisce che, il pittore è a proprio agio in quest’ambiente tradizionale, che sente il fascino di un luogo carico di una storia, sulla quale innesta la propria. Quante modelle sono già passate tra queste pareti, si sono messe in posa secondo il suggerimento di un artista; quanti oggetti, fiori, frammenti di vita sono stati disposti in questa luce diffusa e fredda, aspettando che il calore, la vita, venissero dal misterioso gesto della creazione, un atto di amore tra l’artista, il pennello, il colore e la tela. Non è un giovane che ripudia il passato e la tradizione, ma, al contrario, ama tuffarsi nell’atmosfera densa di ricordi e di immagini, per ripartire col proprio mondo con gli oggetti e i personaggi che vivono dentro di lui prima ancora di vivere sulla tela. Lo studio, anche imbiancato, rinfrescato, ha, nell’aria, un’atmosfera particolare, come il palcoscenico di un teatro, come una chiesa dove si svolge un rito che altri come noi e prima di noi hanno celebrato. Ortuño sa che è difficile liberarsi dai fantasmi degli artisti che l’hanno preceduto, in quello studio e dovunque; ma il gioco difficile lo interessa, lo affascina, perchè è pittore di razza.

Fiesole, dicembre 1997 – Mario Bucci